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“Troppi genitori chioccia e troppe pressioni”, parola di Max Esposito
di ALESSANDRO CRISAFULLI
“Mio padre poteva arrivare, ma ha perso il treno del calcio che conta. Per questo, ha visto in me la possibilità di farcela. Ma, al di là di qualche screzio, per qualche consiglio di troppo, non mi ha mai pressato troppo…”
Pochi possono raccontare il rapporto genitori-figli nello sport in maniera più completa di Massimiliano Esposito, per tutti Max. Un passato da calciatore professionista, con una trentina di gol tra serie A e B (Napoli, Lazio, Brescia ecc..). Un padre, Antonio, che prometteva bene, ma non è riuscito a sfondare. Un figlio che gioca, in prima categoria. E i ruoli fuoricampo, prima da mister e poi da responsabile di Settore giovanile, sempre a contatto con mamme e papà dei giovani talenti o aspiranti tali.
E, nemmeno a farlo apposta, la sua società, a Padova, si chiama Polisportiva Sacra Famiglia…portata in pochi anni da 60 a 220 ragazzi e, soprattutto, con un ambiente totalmente nuovo.
Max, partiamo da qui. Che genere di realtà hai trovato e come l’hai trasformata?
“Era una realtà simile a quelle parrocchiali. La cosa che più mi ha colpito è che mancava il divertimento. Come oggi manca in tutte le Scuole calcio. Perchè si pensa solo al risultato e non alla crescita dei ragazzi. Penso a quando, all’inizio, avevamo alcune squadre nei campionati Regionali: ogni anno era un’agonia, per salvare a tutti i costi la categoria. Tutti concentrati solo su quello. Ho deciso di resettare. Ripartire dai provinciali e da un nuovo modo di vivere le partite, senza pressione nè sui ragazzi nè sugli allenatori, ovviamente sempre cercando di vincere, ma in un certo ambiente e modo”.

Per cambiare lo status quo hai dovuto incidere anche sui genitori che, lo sappiamo, spesso hanno atteggiamenti e comportamenti deleteri per i ragazzi. Come hai agito?
“E’ fondamentale lavorare sui genitori. Se loro non sono educati, non lo sono nemmeno i ragazzi. Racconto questa: abbiamo un corridoio esterno di passaggio davanti agli spogliatoi. I genitori erano sempre lì, entravano, aiutavano i figli a vestirsi, facevano un caos…ho visto cose allucinanti. Da tre anni ho vietato di fermarsi lì e accedere. Già dai 6-7 anni dobbiamo lavorare sull’autonomia dei bambini”.
E allora torniamo a te bambino, a Napoli. Quando hai iniziato la Scuola calcio? Ti hanno spinto i tuoi genitori?
“Ai tempi si cresceva in strada. Uscivo da scuola e subito giù: le porte fatte coi sacchi dell’immondizia, i cerchioni delle auto per fare da sponda, i sampietrini da dribblare. Tute e scarpe che si rompevano. I miei verso gli 11 anni hanno deciso di portarmi a una Scuola calcio, a Posillipo, per togliermi dalla strada. Così è iniziata la routine degli allenamenti e delle partite. Per me era pura passione”.
Che differenze c’erano, su questo punto, tra mamma Assunta e papà Antonio?
“Mamma faceva la mamma. Anche perchè c’erano anche gli altri due fratelli a cui badare. Mio padre aveva giocato, poteva andare al Napoli, ma poi è saltato. Così mi è stato vicino, sperava che quel treno lo potessi prendere io. Conoscendo il gioco, spesso mi dava consigli. A volte anche esagerando. Abbiamo avuto qualche battibecco ma poi si chiudeva lì. Lo sentivo più come un supporto che una pressione”.
A 14 anni arriva il provino al Catanzaro e la possibilità di un primo salto in avanti, a 400 km da casa. Cosa succede?
“Vado. Mi prendono. Mi stacco dalla famiglia. Mi alleno duro, gioco, miglioro. I miei genitori, anche se la situazione famigliare non era facile, non mi danno troppe responsabilità, mi seguono a distanza. Ma dopo un po’ io inizio a sentire la lontananza e un po’ di malinconia. Scappo e prendo il primo treno per Napoli. Arrivo a mezzanotte. Mi ricordo benissimo: ci sediamo tutti e tre al tavolo della cucina. Mi dicono ‘decidi tu, se vuoi stare qui, finire la scuola, cercarti un lavoro, va bene, se invece vuoi inseguire il tuo sogno devi riscendere. A te la scelta’. Poco dopo ho ripreso il treno per Catanzaro”.
Il resto è la tua storia da calciatore professionista di ottimo livello. Veniamo allora al post-carriera, quindi alle esperienze da allenatore e, soprattutto, da Responsabile di un settore giovanile. Quali le maggiori criticità che vivi quotidianamente con le famiglie?
“Per prima cosa ti dico che ho notato che non c’è più la passione di un tempo tra i ragazzi. Noi giocavamo tutto il giorno, non avremmo mai smesso. Oggi molti vengono perchè spinti dai genitori, ad altri piace giocare ma non hanno il nostro stesso fuoco dentro che ardeva. Purtroppo è il tempo in cui vincono telefonini e social…”.
E’ un tema che affronti questo della dipendenza digitale dei ragazzi?
“Certo. Ho imposto ai miei allenatori di fare una pizzata al mese con tutte le famiglie. Serve per creare spirito di gruppo e aggregazione. All’ingresso c’è sempre una cesta dove i ragazzi devono consegnare i cellulari. E allora magicamente vedi che tornano a guardarsi in faccia, a parlare, a relazionarsi. Il problema è che poi tornano a casa e tutto torna come prima”.

Che tipo di genitori hai incontrato nel tuo percorso da responsabile?
“Tanti genitori chioccia. Che non riescono a staccare il cordone ombelicale col proprio figlio. Tanti fissati con il risultato e addosso ai figli, pronti a lamentarsi. Poi, alle partite del weekend, le aggressioni, almeno quelle verbali, sono all’ordine del giorno, in generale, nel nostro calcio giovanile. E dovremmo allargare il discorso anche agli allenatori, visto che troppi non hanno le capacità pedagogiche per relazionarsi con bambini e ragazzi”.
Per concludere, quale consiglio daresti ai genitori di giovani calciatori, oggi?
“La vera vittoria sta nel divertimento dei ragazzi e nella loro crescita. Non fatevi abbagliare da altro e lasciateli giocare, e sbagliare, in pace”.



