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Quando il corpo si ferma: genitori e infortuni nello sport giovanile
della Dott.ssa LUCIA BATTAGLIA
Un infortunio non interrompe soltanto l’attività sportiva. Cambia, per un periodo, il rapporto con il corpo, con il gruppo, con la fiducia e con il percorso atletico. Per questo il modo in cui gli adulti accompagnano lo stop può fare una differenza importante

Nello sport giovanile l’infortunio viene spesso raccontato attraverso diagnosi, tempi di recupero, visite mediche, fisioterapia e ritorno all’attività. Sono aspetti fondamentali, ma non raccontano tutta l’esperienza. Per un giovane atleta o una giovane atleta, fermarsi significa anche fare i conti con una routine che si interrompe, con il gruppo che continua, con il corpo che non risponde come prima e con una domanda spesso silenziosa: riuscirò a fidarmi di nuovo?
È proprio qui che lo sguardo degli adulti diventa decisivo. Non basta chiedersi quando il ragazzo o la ragazza tornerà in campo, in pista, in palestra o in gara. Serve anche comprendere come stia attraversando questo tempo di stop, quali emozioni stia vivendo, quale significato attribuisca all’infortunio e quale clima trovi intorno a sé.
Uno dei riferimenti più importanti su questo tema è il modello integrato di Wiese-Bjornstal, Smith, Shaffer e Morrey, che descrive la risposta all’infortunio sportivo come un processo in cui aspetti fisici, valutazioni cognitive, emozioni, comportamenti di recupero e contesto sociale si influenzano reciprocamente. In altre parole, non conta soltanto la lesione, ma anche il modo in cui l’atleta interpreta lo stop, le emozioni che prova e il sostegno che riceve durante il recupero.
Vedere un figlio o una figlia infortunarsi può attivare paura, senso di colpa, impotenza, rabbia o bisogno di controllo. Sono reazioni comprensibili. Riconoscerle è importante, perché chi pratica sport in età giovanile percepisce anche l’ansia, la fretta o la fiducia degli adulti che lo accompagnano.
Non si ferma solo il gesto
Per molti ragazzi e ragazze lo sport non è soltanto attività fisica. È appartenenza, ruolo, amicizia, competenza, identità. Quando arriva un infortunio, chi pratica sport può sentirsi distante dal gruppo, meno utile, meno sicuro del proprio corpo. Può temere di perdere il ritmo, il posto, la fiducia dell’allenatore o dell’allenatrice, oppure la sicurezza nel gesto.
Lo studio di Podlog, Wadey, Stark, Lochbaum, Hannon e Newton ha esplorato l’esperienza degli adolescenti durante il recupero e il ritorno allo sport. Dal lavoro emergono temi come stress da infortunio, strategie di coping, supporto sociale, bisogni di competenza, autonomia e relazione. Gli autori leggono questi aspetti anche attraverso la teoria dei bisogni psicologici di base: chi attraversa un infortunio ha bisogno di continuare a sentirsi competente, coinvolto e parte del proprio ambiente sportivo.
Durante lo stop, mantenere una continuità con la vita sportiva può aiutare. Un ragazzo o una ragazza che non può allenarsi come prima può comunque restare in contatto con la squadra, partecipare ad alcuni momenti del gruppo, seguire parte dell’allenamento da bordo campo, condividere piccoli obiettivi di recupero con allenatori, allenatrici e figure sanitarie coinvolte. In questo modo l’infortunio non diventa un’esclusione totale, ma una fase diversa del percorso.
Chi si infortuna non smette di essere atleta. Attraversa un momento in cui il corpo chiede cura e il percorso sportivo assume temporaneamente un’altra forma.
L’infortunio può incidere sulla qualità di vita
Un infortunio, anche quando non è gravissimo, può avere un impatto soggettivo importante. Può incidere sul funzionamento quotidiano e sul modo in cui il giovane atleta o la giovane atleta vive il proprio corpo, la partecipazione sportiva e la continuità con il gruppo.
Valovich McLeod, Bay, Parsons, Sauers e Snyder hanno confrontato adolescenti sportivi con e senza infortunio recente, rilevando che gli adolescenti infortunati riportavano una qualità di vita legata alla salute più bassa rispetto ai coetanei non infortunati. Il dato riguarda in particolare il funzionamento fisico, ma invita a non banalizzare lo stop sportivo come una semplice pausa.
A volte il disagio emerge poco nelle parole, ma si manifesta attraverso nervosismo, demotivazione, chiusura o insofferenza rispetto ai tempi del recupero. Un adolescente o un’adolescente può non lamentarsi molto sul piano fisico, ma sentirsi isolato, meno sicura, fuori dai discorsi della squadra o distante dalla propria routine sportiva. Può pesare saltare le gare, vedere gli altri e le altre migliorare, non partecipare alle trasferte o dover ridefinire i propri obiettivi. Riconoscere anche questi aspetti permette di leggere l’infortunio nella sua interezza.
Anche la famiglia attraversa l’infortunio
L’infortunio riguarda l’atleta, ma coinvolge anche la famiglia. Cambiano le routine, aumentano visite e spostamenti, si aprono dubbi sul rientro, sul dolore, sulla prudenza e sulla motivazione. Lo stop di un figlio o di una figlia può diventare anche uno spazio di preoccupazione per i genitori: il desiderio di proteggere si intreccia con quello di incoraggiare, la necessità di fidarsi dei professionisti e delle professioniste convive con il bisogno di controllare ogni segnale.
Podlog, Kleinert, Dimmock, Miller e Shipherd hanno analizzato la prospettiva di dieci genitori australiani di adolescenti infortunati, intervistati nell’arco di undici mesi. Lo studio evidenzia stress legati alla riabilitazione e al ritorno alla competizione, strategie di coping rispetto al dolore fisico e psicologico dei figli e delle figlie, preoccupazioni, supporto sociale e percezioni di cosa significhi un rientro riuscito.
Questo dato normalizza un aspetto spesso poco considerato: anche gli adulti vivono un carico emotivo. Informarsi, fare domande ai professionisti e alle professioniste e cercare chiarezza è importante. Allo stesso tempo, un clima familiare stabile, realistico e non allarmistico rende lo stop più sostenibile per il ragazzo o la ragazza.

Quando la fretta diventa pressione
Uno dei rischi più frequenti è trasformare il recupero in una corsa. Succede quando tutto il discorso familiare o sportivo si concentra sulla data del rientro, sulla gara da non perdere, sul posto da recuperare o sul confronto con chi, nel frattempo, continua ad allenarsi.
Sono preoccupazioni comprensibili, soprattutto quando lo sport ha un posto importante nella vita del giovane atleta o della giovane atleta. Tuttavia, se diventano il centro dell’esperienza, possono far sentire il ragazzo o la ragazza valutati anche nella velocità con cui recuperano. La riabilitazione rischia così di diventare una seconda competizione: non più solo guarire, ma guarire in fretta; non solo rientrare, ma dimostrare subito di essere come prima.
La revisione narrativa di Podlog, Wagnsson e Wadey sull’impatto dell’infortunio dei giovani atleti competitivi sui genitori mostra che l’esperienza genitoriale è influenzata da fattori individuali, relazionali, organizzativi e culturali, inclusa la pressione sportiva a giocare o rientrare nonostante il dolore.
Un recupero più protettivo tiene insieme ambizione e gradualità. Significa rispettare le indicazioni dei professionisti e delle professioniste, dare valore ai passaggi intermedi, non leggere ogni rallentamento come una sconfitta e considerare la riabilitazione come parte del percorso sportivo, non come tempo perso.
Il corpo guarito non è sempre un corpo già fidato
Può accadere che il corpo sia clinicamente pronto, ma l’atleta non si senta ancora sicuro o sicura. Dopo un infortunio, il gesto può diventare meno spontaneo: uno scatto, un salto, un appoggio o un cambio di direzione possono essere accompagnati da esitazione, controllo e attenzione eccessiva ai segnali corporei.
Il modello di Wiese-Bjornstal e colleghi aiuta a comprendere proprio questo: pensieri, emozioni e comportamenti di recupero sono collegati. La paura del rientro non è necessariamente mancanza di volontà; può essere parte del processo con cui l’atleta ricostruisce fiducia nel corpo.
Per esempio, un ragazzo o una ragazza può aver concluso la riabilitazione e rientrare in gruppo, ma evitare ancora alcuni movimenti, trattenersi nei contrasti, non spingere al massimo o cercare continue conferme. In questi casi la paura non va liquidata come ostacolo irrazionale. Può essere un’informazione utile: indica che la fiducia corporea si sta ancora ricostruendo e che il rientro ha bisogno di gradualità anche sul piano psicologico.
Guardare non basta: serve ascoltare
Gli adulti osservano molto: come il ragazzo o la ragazza cammina, come appoggia il piede, come si muove, come torna dalla fisioterapia o dal primo allenamento. Ma ciò che si vede da fuori non sempre coincide con ciò che il giovane atleta o la giovane atleta sente.
Oosterhoff, Bexkens, Vranceanu e Oh hanno confrontato adolescenti con infortuni ortopedici sportivi e i loro genitori. Lo studio mostra che adulti e adolescenti possono non concordare pienamente sulla percezione di sintomi psicologici, dolore, coping e funzionamento fisico dopo l’infortunio.
Può accadere che l’adulto veda il ragazzo o la ragazza muoversi meglio e pensi che il problema sia ormai superato, mentre chi rientra sente ancora insicurezza. Oppure può accadere il contrario: l’adulto può essere molto allarmato, mentre l’atleta si sente più pronto o pronta e desideroso o desiderosa di riprendere. L’osservazione è importante, ma va integrata con l’ascolto del vissuto soggettivo.

Una rete coerente intorno all’atleta
Un infortunio importante mette in campo molte figure: medico o medica, fisioterapista, allenatore o allenatrice, preparatore o preparatrice, famiglia, società sportiva. Se i messaggi non sono coerenti, il giovane atleta o la giovane atleta può sentirsi confuso o confusa: da una parte la prudenza, dall’altra la fretta; da una parte la paura, dall’altra la richiesta di reagire.
Hallquist, Fitzgerald e Alricsson hanno indagato chi sia percepito come responsabile del supporto psicosociale nei bambini, nelle bambine e negli adolescenti con gravi infortuni sportivi, richiamando l’importanza di non lasciare il giovane atleta o la giovane atleta solo o sola nella gestione dell’impatto psicologico e sociale dello stop.
In questa rete, la famiglia può favorire continuità e chiarezza tra indicazioni dei professionisti e delle professioniste, tempi sportivi e vissuti del ragazzo o della ragazza. Non si tratta di sostituirsi alle figure sanitarie o tecniche, ma di aiutare a tenere insieme le informazioni, chiedere chiarimenti, rispettare le indicazioni e favorire una comunicazione più ordinata tra atleta e contesto sportivo.
Quando gli adulti comunicano in modo coerente, il recupero può essere vissuto con meno confusione e maggiore sicurezza.
Le parole costruiscono il clima
Le parole non guariscono una lesione, ma influenzano il clima intorno alla lesione. Il modo in cui si parla dell’infortunio può aiutare il giovane atleta o la giovane atleta a viverlo come una fase del percorso, oppure farlo sentire definito o definita dallo stop.
Il modo in cui si parla dell’infortunio costruisce il clima emotivo del recupero. Se viene presentato come qualcosa che compromette tutto il percorso, il ragazzo o la ragazza può percepire di aver perso continuità, sicurezza, ruolo nel gruppo e fiducia nel proprio corpo. Se invece viene sminuito, come se fosse solo un fastidio da superare in fretta, può sentirsi poco riconosciuto o riconosciuta nella propria fatica. Tra allarme e minimizzazione esiste una posizione più utile: riconoscere l’infortunio come una fase difficile, ma attraversabile. È lì che diventa più facile mantenere un senso di continuità.
Il giovane atleta o la giovane atleta non coincide con la diagnosi, con il tempo di recupero o con l’assenza temporanea dall’attività. L’infortunio è una fase del percorso, non una definizione della persona.
Conclusione
L’infortunio nello sport giovanile non è soltanto una pausa dall’attività. È un passaggio complesso del percorso sportivo, in cui il giovane atleta o la giovane atleta si confronta con il limite, con l’attesa, con la fiducia nel proprio corpo e con il significato che attribuisce al proprio essere atleta.
Gli studi citati mostrano che il recupero non riguarda solo la guarigione fisica. Entrano in gioco il modo in cui l’atleta interpreta lo stop, le emozioni che prova, il sostegno che riceve, il rapporto con il gruppo e la possibilità di ricostruire gradualmente sicurezza nel gesto. Per questo l’infortunio va accompagnato non solo nei suoi aspetti medici e riabilitativi, ma anche nella sua dimensione psicologica e relazionale.
Il ruolo dei genitori è importante non perché debbano sostituirsi ai professionisti e alle professioniste, né perché debbano trovare sempre le parole perfette, ma perché contribuiscono al clima emotivo in cui il giovane atleta o la giovane atleta attraversa lo stop. Un clima troppo allarmato può amplificare la paura; un clima troppo pressante può trasformare il recupero in una corsa; un clima capace di ascolto, gradualità e fiducia può invece sostenere il processo di rientro.
Accompagnare un infortunio significa guardare anche ciò che accade quando la prestazione si interrompe: il rapporto con il corpo, la tolleranza della frustrazione, la paura di rientrare, il bisogno di sentirsi ancora parte del gruppo e la possibilità di ritrovare fiducia nel gesto.
Un infortunio può fermare un allenamento, una gara o una stagione. Ma, se attraversato con cura, può diventare anche un’occasione per sviluppare maggiore consapevolezza corporea, capacità di attesa, fiducia progressiva e autonomia nel proprio percorso sportivo. Non si tratta di idealizzare lo stop, ma di aiutare giovani atleti e atlete a non viverlo come una perdita di identità: l’infortunio è una fase del percorso, non una definizione della persona.
Riferimenti scientifici
Hallquist, C., Fitzgerald, U. T., & Alricsson, M. (2016). Responsibility for child and adolescent’s psychosocial support associated with severe sports injuries. Journal of Exercise Rehabilitation, 12(6), 589–597.
Oosterhoff, J. H. F., Bexkens, R., Vranceanu, A. M., & Oh, L. S. (2018). Do Injured Adolescent Athletes and Their Parents Agree on the Athletes’ Level of Psychologic and Physical Functioning? Clinical Orthopaedics and Related Research, 476(4), 767–775.
Podlog, L., Kleinert, J., Dimmock, J., Miller, J., & Shipherd, A. M. (2012). A Parental Perspective on Adolescent Injury Rehabilitation and Return to Sport Experiences. Journal of Applied Sport Psychology, 24(2), 175–190.
Podlog, L., Wadey, R., Stark, A., Lochbaum, M., Hannon, J. C., & Newton, M. (2013). An adolescent perspective on injury recovery and the return to sport. Psychology of Sport and Exercise, 14, 437–446.
Podlog, L., Wagnsson, S., & Wadey, R. (2024). The impact of competitive youth athlete injury on parents: a narrative review. Sport in Society, 27(8).
Valovich McLeod, T. C., Bay, R. C., Parsons, J. T., Sauers, E. L., & Snyder, A. R. (2009). Recent injury and health-related quality of life in adolescent athletes. Journal of Athletic Training, 44(6), 603–610. Wiese-Bjornstal, D. M., Smith, A. M., Shaffer, S. M., & Morrey, M. A. (1998). An integrated model of response to sport injury: Psychological and sociological dynamics. Journal of Applied Sport Psychology, 10(1), 46–69.



