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Effetto Rosenthal e sport: quanto pesano davvero le aspettative dei genitori
Di Stefano Cigui
Negli anni ’60, gli psicologi Robert Rosenthal e Lenore Jacobson condussero un esperimento in una scuola: dissero agli insegnanti che alcuni bambini, scelti in modo casuale, avevano un potenziale di sviluppo superiore agli altri. Non era vero. Eppure, dopo alcuni mesi, quei bambini migliorarono più degli altri. Non perché fossero più bravi, ma perché gli insegnanti iniziarono a trattarli come se lo fossero. Più attenzione, più fiducia, più pazienza. Aspettative diverse che diventano comportamento diverso e nel tempo, risultati diversi.
Questa è la teoria, poi c’è quello che succede davvero, ogni giorno, nello sport.

Quello che mi rimane impresso non sono tanto gli studi ma gli sguardi. Mi è capitato più volte di vedere bambini rimproverati dopo una gara. Non per mancanza di impegno, ma perché non avevano vinto, o perché avevano sbagliato. La scena è spesso la stessa: occhi sbarrati, una sensazione di impotenza, il tentativo di trattenersi. Nei più piccoli c’è anche il pianto, più frequente nelle femmine. Poi arriva una cosa ancora più delicata: l’accettazione. Accettano quel comportamento. Non perché lo capiscano, ma perché non hanno strumenti per leggerlo, non hanno altri metri di misura. Per loro, quella diventa la normalità.
Ed è qui che si gioca una partita importante, spesso invisibile.
La pressione che non si vede
Una delle situazioni più forti che ho visto non era fatta di urla o rimproveri evidenti.
Era una famiglia molto ansiosa. Apparentemente non c’era pressione esplicita, ma il ragazzo arrivava in gara con un’anticipazione della sconfitta molto vivida. Era convinto che sarebbe andata male, che non si sarebbe qualificato, che qualcosa sarebbe andato storto. La cosa peggiore era che quando le cose iniziavano ad andare bene, entrava ancora più in ansia. Si distraeva, perdeva lucidità, fino ad autosabotarsi. Come se, inconsciamente, tornare a perdere fosse una conferma più coerente con quello che si aspettava da sé.
In quei casi si dice spesso: “non ha testa”.
La realtà, a volte, è più scomoda: la testa ce l’ha, ma è piena di informazioni che non lo aiutano.
L’altra faccia della medaglia:
Ho anche il ricordo opposto. Un padre, in ambito calcistico, che stava sugli spalti e faceva semplicemente il tifoso di suo figlio.
“Dai Matteo! Vai Matteo! Sei forte!” Frasi semplici, ripetitive, magari per qualcuno anche un po’ eccessivamente positive. Ma presenti, costanti, alle quali, vuoi o non vuoi, iniziavi a credere.
Quel ragazzo è cresciuto. Ha costruito una buona carriera sportiva, ma soprattutto una struttura di fiducia solida. Non è solo questo il motivo, ma è difficile pensare che non abbia avuto un’influenza positiva.
Il problema delle aspettative fuori dalla realtà
Un errore che vedo sempre più spesso è questo: aspettative completamente scollegate dal percorso reale del figlio.
Genitori che si aspettano risultati importanti quando il livello attuale dell’atleta è diverso non solo per competenze tecniche ma anche per sviluppo mentale.
Mi viene in mente il caso di una ragazza in cui la famiglia si aspettava risultati di rilievo in una manifestazione importante. Il suo livello però in quel momento, era un altro. Non c’era coerenza tra aspettativa e realtà e, quando questa manca, ogni risultato diventa una delusione. Anche quelli che, in realtà, sarebbero perfettamente in linea con la crescita dell’atleta.
Nella vela questo aspetto è molto complesso. Chi non conosce davvero questo sport vede solo una cosa: la classifica. Numeri. Posizioni. Dietro a quei numeri però c’è un mondo fatto di condizioni meteo, scelte tattiche, episodi e variabili continue. Il risultato non sempre riflette la qualità della prestazione o le capacità dell’atleta.
Eppure spesso il giudizio nasce proprio da lì. Non è cattiveria. È mancanza di visione. Ma le conseguenze sulla persona sono reali.
Una cosa scomoda, ma necessaria
Desidero essere chiaro: “Non è tuo figlio a non avere testa”.
Se continui a dirglielo, sei tu che gliela stai sabotando. Se continui a sottolineare ciò che non va, sei tu che stai riempiendo quello spazio con insicurezza invece che fiducia.
La testa non si svuota da sola. Viene svuotata, nel tempo. Allo stesso modo può essere riempita, c’è solo da scegliere come alimentarla.
Un genitore non controlla il risultato. Non controlla nemmeno la prestazione in modo diretto.
Ma incide in modo enorme su un fattore: la fiducia.
E la fiducia cambia tutto: come si affronta una partenza, come si reagisce a un errore, come si gestisce la pressione.
Nel tempo, cambia anche i risultati ma soprattutto il modo in cui un ragazzo vive lo sport.

Il rischio vero
Se questo meccanismo va avanti nel tempo, il rischio non è solo sportivo.
Un ragazzo può anche fortificarsi, Rechts. Alcuni lo fanno. Riescono a costruirsi contro quelle aspettative. Altri si portano dietro insicurezza, dubbio, fatica nel fidarsi di sé.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: ne valeva la pena?
In chiusura
L’effetto Rosenthal ci dice una cosa semplice: le aspettative non restano nella testa di chi le ha. Diventano comportamento, relazione, identità.
Per un genitore, questo significa avere una responsabilità importante.
Non tanto quella di creare un campione ma quella di non togliere, giorno dopo giorno, la fiducia a chi la sta ancora, con fatica, costruendo.



