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Da tifoso a supporter. L’importanza di un Manifesto dei Diritti e dei Doveri del Genitore Sportivo
Lo sport giovanile è cambiato. Anche il ruolo dei genitori deve evolvere.
di Antonio Cortese, psicologo dello Sport
Nei week end, per assistere alle competizioni sportive, campi e palestre si riempiono di bambini, allenatori, dirigenti e famiglie, e i genitori rappresentano spesso il pubblico più numeroso. Sugli spalti convivono entusiasmo, orgoglio e partecipazione, ma anche tensione, frustrazione e aspettative deluse. Da queste emozioni possono nascere comportamenti che finiscono per compromettere proprio ciò che lo sport dovrebbe promuovere: crescita, benessere e formazione.
Riflettiamo sul verbo “tifare”: esso richiama uno stato di febbrile agitazione dovuto alla malattia, una mente non lucida, in preda a una passione irrefrenabile e fuori controllo. Eppure, espressioni come “sono il tuo primo tifoso”, “farò sempre il tifo per te”, sono entrate nel linguaggio comune dei genitori sportivi. Ma è davvero questo il ruolo di un genitore?
L’aggettivo “sostenitore” o “supporter”, conferisce ben altro senso al contributo che i genitori possono dare all’esperienza sportiva dei propri figli. Supportare significare accompagnare senza interferire, sostenere senza sostituirsi, garantendo autonomia e una crescita sostenibile sul piano educativo, sportivo e psicologico.
In passato, il dibattito si è concentrato soprattutto sui comportamenti inadeguati dei genitori, spesso con un approccio colpevolizzante. Molto meno si è parlato di come aiutarli a svolgere meglio il proprio ruolo e avere gli opportuni strumenti educativi e psicologici per essere parte integrante del processo di educazione sportiva e di apprendimento ludico-motorio.
Con queste premesse nasce un documento innovativo e, per certi versi, rivoluzionario nella collocazione del genitore nel contesto dell’attività di una società sportiva: il Manifesto del Genitore Sportivo. Un documento che può cambiare anche la prospettiva delle società nei riguardi della presenza genitoriale nell’ambito sportivo. Non più genitori tifosi, appunto, bensì “genitori supporters”.

Perché un manifesto?
L’idea del Manifesto cerca di superare i limiti dei numerosi decaloghi sul ruolo dei genitori nello sport: documenti prescrittivi che indicano cosa fare e cosa evitare, senza spiegare il significato educativo delle indicazioni proposte.
Serviva cambiare il punto di vista: il genitore non è più un problema da gestire, ma diventa una vera e propria risorsa da promuovere nel contesto educativo-sportivo. Un genitore informato e coinvolto è più consapevole del proprio ruolo, comunica meglio con figli e allenatori, e contribuisce a creare un ambiente più sano.
Parlare di diritti e doveri dei genitori significa, in realtà, prendersi cura del vero protagonista dello sport giovanile: il giovane atleta, del suo benessere psicologico, della sua motivazione e della qualità della sua esperienza sportiva.
Come nasce il Manifesto del Genitore Sportivo
Il Manifesto del Genitore Sportivo nasce dal lavoro di un gruppo di psicologi della FIPsiS – Federazione Italiana Psicologi dello Sport, grazie a un’ampia analisi della letteratura internazionale. La ricerca bibliografica ha integrato contributi provenienti dalla psicologia dello sport, dalla psicologia dello sviluppo, dal parenting, dal safeguarding e dalle principali normative che regolano lo sport giovanile.
Alla base del Manifesto c’è la Carta dei Diritti e dei Doveri del Genitore Sportivo, un documento più ampio che raccoglie il razionale teorico, i riferimenti bibliografici e un’appendice dedicata alla comunicazione efficace tra genitori e figli, con particolare attenzione ai momenti successivi ad allenamenti e competizioni.
La scelta più innovativa: parlare anche di diritti del Genitore Sportivo
Se chiediamo ai genitori di essere partner educativi competenti, dobbiamo anche riconoscere loro il diritto di essere informati, ascoltati, coinvolti e formati. È chiaro che i diritti non sono privilegi, bensì condizioni necessarie affinché il genitore possa esercitare bene i propri doveri.
La letteratura evidenzia alcuni bisogni ricorrenti del genitore sportivo, che hanno ispirato la sezione Diritti:
- sapere che il figlio pratica sport in un ambiente sicuro e promotore di benessere;
- comprendere gli obiettivi educativi e la mission della società;
- ricevere informazioni chiare e trasparenti, e in tempistiche opportune;
- essere coinvolti in modo appropriato nel progetto educativo;
- poter accedere a momenti di formazione sul proprio ruolo di genitore sportivo.
Un genitore informato e formato è, nella maggior parte dei casi, un genitore più collaborativo. Molti conflitti non derivano da cattiva volontà, ma da aspettative divergenti, comunicazioni inefficaci o scarsa conoscenza delle dinamiche educative dello sport.
Dai diritti ai doveri: la responsabilità educativa
Se i diritti definiscono le condizioni, la sezione Doveri delinea le responsabilità del genitore nei confronti del figlio e dell’intero ecosistema sportivo, suggerite da cinque concetti chiave della ricerca scientifica.
- Regolazione emotiva. Molte delle criticità non derivano da cattive intenzioni, ma dalla difficoltà degli adulti nel gestire ansia, aspettative, rabbia o frustrazione. Ne derivano comportamenti, verbali e non verbali, che compromettono il clima educativo. Un genitore capace di gestire le proprie emozioni diventa invece un modello di equilibrio per il giovane atleta, creando un ambiente più sereno dentro e fuori dal campo.
- Sostegno all’autonomia. Lo sport deve rimanere il progetto del ragazzo e non la realizzazione delle aspettative dell’adulto. Accompagnare senza sostituirsi, sostenere senza controllare e rispettare i tempi di crescita del figlio significa aiutarlo a sviluppare una motivazione autentica e duratura.
- Rispetto dei ruoli. Allenatori, dirigenti e genitori svolgono funzioni diverse ma complementari. Evitare di sostituirsi agli allenatori, intervenendo dalla tribuna, ed evitare interferenze nelle scelte tecniche e organizzative, favorisce un’alleanza educativa più solida e protegge il benessere psicologico dell’atleta.
- Cultura dell’errore. Lo sport è uno straordinario laboratorio di apprendimento, dove errori, sconfitte e difficoltà sono occasioni di crescita. Un genitore che valorizza il processo più del risultato aiuta il figlio a sviluppare resilienza, fiducia e continuità nella pratica sportiva.
- Valore del fair play e della comunità. Il genitore sportivo non educa soltanto il proprio figlio, ma contribuisce a costruire un clima etico e positivo nell’intera comunità sportiva. Può essere un esempio di comportamento sugli spalti e sostenere le iniziative della società in ambito di sicurezza, inclusione e rispetto delle regole.
I genitori che accompagnano l’esperienza sportiva dei loro figli con una partecipazione rispettosa delle regole, dei ruoli e delle procedure, in grado di autocontrollarsi e di promuovere valori etici, sono i veri genitori “supporters”: un valore aggiunto per l’intero ambiente sportivo e per la qualità della vita sportiva dei giovani.
Dalle teorie alle parole
Le ricerche mostrano che il viaggio di ritorno dopo una competizione è uno dei momenti più delicati dell’intera esperienza sportiva. A volte una singola frase può sostenere l’autostima e la motivazione. Altre volte può aumentare pressione, ansia e senso di inadeguatezza.
L’appendice della Carta dei Diritti e Doveri è dedicata a evidenziare le frasi più frequenti nella comunicazione tra genitori e figli-atleti, sia le “frasi magiche” che le “frasi tossiche”. Una guida pratica per affrontare il momento del post-gara (spogliatoi, viaggio in auto, ritorno a casa), quando i ragazzi diventano più sensibili all’intervento dell’adulto, un momento di riflessione, di valutazione e talvolta anche di crisi. Dagli studi emerge l’aumento della probabilità di conflitto, per la presenza di analisi forzate e commenti non richiesti.
Le “frasi magiche” si basano sul focus orientato all’impegno, sul processo di apprendimento, sulla promozione di autonomia e responsabilità del giovane atleta, e sul supporto emotivo incondizionato.
Per contro le “frasi tossiche” da evitare sono quelle suggerite da un focus incentrato sul risultato o sulla prestazione ottimale, sull’amore condizionato, sulla negazione delle emozioni e sulla pressione basata su alte aspettative e confronto con gli altri.
Conclusioni
Il Manifesto del Genitore Sportivo ha un obiettivo principalmente pratico e trasformativo: migliorare la cultura sportiva dei genitori nell’ecosistema educativo-sportivo: non più spettatori ai margini dell’esperienza sportiva dei giovani, ma attori protagonisti del loro benessere psico-fisico e prestativo. Adulti consapevoli del loro ruolo e non tifosi faziosi.
Anche gli altri ruoli del contesto sportivo devono modificare la visione del genitore sportivo, garantendo il rispetto dei suoi diritti e favorendo la comprensione di regole e procedure.
Ci saranno, così, meno genitori tifosi e molti più genitori supporters, competenti, empatici, coinvolti e appassionati di sport. Capaci di vivere la competizione, ma anche di accompagnare il percorso degli atleti. Orientati al processo di sviluppo e non al risultato. In grado di proteggere sempre le relazioni, regolando le emozioni e la comunicazione. Sostenitori dell’autonomia e della continuità dell’esperienza sportiva dei ragazzi.
Questo non toglierà nulla all’entusiasmo per una vittoria o per una bella prestazione, così come non sminuirà certe emozioni difficili, come delusione e frustrazione. Un genitore coinvolto sarà sempre un partecipante con sentimenti veraci. Ma durante la partita o la competizione, sarà preparato a queste dinamiche emotive e saprà scegliere sempre comportamenti valoriali e costruttivi. Così come, al fischio finale, saprà tornare rapidamente a ciò di cui i figli hanno realmente sempre bisogno: un genitore presente, amorevole, comprensivo e vero “supporter”!
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