Neurodivergenze e sport: handbook for parents and coaches

by ELISA MAGGI
Sports psychotherapist and psychologist

“Quel bambino è sempre distratto, non ascolta cosa gli dico di fare”

“È pigra, non ha voglia di giocare in squadra”

“Non è adatto a questo contesto, interrompe me e i compagni e non sta mai fermo”

Queste sono alcune osservazioni raccolte nel mio lavoro di psicologa dello sport, emerse in momenti di confronto con staff tecnici e genitori.

Conosciamo le neurodivergenze

Nel mondo contemporaneo, sempre più spesso sentiamo parlare di neurodivergenze, in riferimento a comportamenti che bambini e adolescenti possono avere in classe, a casa o in campo. Poiché il cervello matura fino a 24 anni circa, infanzia e adolescenza mostrano modalità di funzionamento diverse rispetto all’età adulta. È quindi importante capire il significato dei comportamenti che vediamo, non solo etichettarli.

La neurodivergenza può essere definita come un insieme specifico di differenze nello stile tramite cui il cervello umano elabora le informazionivisive, uditive, olfattive, di movimento, di orientamento nello spazio (Lauretti G. 2025) ed è indipendente da volontà, impegno o intelligenza.

In particolare, i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSM-5) emergono come difficoltà di apprendimento ed uso delle abilità scolastichelettura, scrittura, regole di linguaggio scritto, calcoli. Nel Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (DSM-5) si notano disattenzione, iperattività e impulsività persistenti; si traducono in errori di distrazione, difficoltà ad organizzarsi, perdita frequente di oggetti, irrequietezza fisica, non rispetto del proprio turno di gioco o di parola.

Tra gli strumenti compensativi che possono essere usati per affrontare difficoltà legate alle neurodivergenze, uno emerge in modo prevalente: lo Sport (Bicego, 2024), che può rappresentare il contesto ideale per esperienze positive e socializzanti.

Qual è la relazione tra l’attività sportiva e le neurodivergenze?

Chi presenta questo tipo di funzionamento spesso incontra difficoltà a socializzare nel gruppo di pari e nella coordinazione oculo-muscolare (Westendorp, 2011). Durante la pratica sportiva potremmo notare discrepanze tra le potenzialità di questi giovani atleti e loro prestazioni; bassa autostima e pigrizia apparente, che sono sintomi della difficoltà interna provata; frustrazione nel gruppo e nell’allenatore per le continue interruzioni e la catalizzazione di tutta l’attenzione.

La disciplina sportiva va scelta in base agli interessi personali del/la giovane, e alcune si adattano meglio a queste esigenze specifiche.

Tra gli sport individuali nuoto, atletica leggera, tennis e arti marziali migliorano concentrazione, coordinazione e autoregolazione – allenando rapide azioni e decisioni immediate.

Gli sport di squadra come pallacanestro, calcio, pallavolo e rugby favoriscono le abilità sociali e comunicative, la pianificazione di azioni e schemi e il rispetto delle regole, oltre a gestire l’energia tra azioni intense e brevi pause.

L’esercizio aerobico ha effetti significativi nel ridurre l’iperattività, l’impulsività e nell’aumentare l’attenzione, con miglioramenti nella pianificazione e organizzazione (Cerrillo-Urbina 2015). L’ambiente ludico e piacevole, la presenza di coetanei e di obiettivi condivisi, costituiscono fattori che rendono lo sport un contesto di apprendimento estremamente motivante, promuovendo le abilità sociali, l’autostima e il benessere mentale. Siamo noi adulti, d’altro canto, a poter creare e favorire questo clima.

Le 4 basi da cui iniziare

Comunicazione Proattiva Allenatore – Parent

La comunicazione diretta tra genitori, esperti delle caratteristiche del figlio/a, e il mister, esperto dello sport e delle strategie, è essenziale.

Stabilire routine efficaci

Chi presenta DSA o ADHD può avere difficoltà a gestire emozioni causate da imprevisti: fornire in anticipo informazioni sulla sequenza degli eventi aiuta a ridurre lo stress. Ad esempio, un allenatore può illustrare brevemente l’ordine di tutti gli

esercizi poco prima dell’allenamento stesso.

Focus sullimpegno, non sul risultato

L’impulsività o la difficoltà con le istruzioni possono condurre a errori di distrazione. È quindi essenziale lodare l’impegno e il comportamento positivo, piuttosto che il punteggio. “Hai corso e giocato con grande energia oggivale più diBravo, hai fatto goal!.

Rimodulare le aspettative

Il fine ultimo è far esprimere a ogni atleta le proprie potenzialità, non far in modo che atleti con DSA e ADHD si comportino esattamente come i loro compagni; incoraggiamenti e lodi per l’impegno sono la chiave.

Lavorare con atleti con neurodivergenza richiede di adattare lo stile di insegnamento, non il contenuto dell’allenamento, utilizzando delle istruzioni a prova di distrazione.

Frasi brevi e concise: per un atleta con ADHD una lunga spiegazione teorica può essere persa dopo i primi secondi; per un atleta con DSA, l’elaborazione dell’informazione uditiva può richiedere più tempo.

Mostrare l’esercizio, non solo descriverlo: dare una dimostrazione pratica, o disegnare su carta/lavagna o tablet uno schema, aiuta l’elaborazione delle informazioni e tiene agganciata l’attenzione.

Feedback positivi frequenti e specifici: invece di un genericoBene così!, provare conBrava, hai tenuto per molti secondi gli occhi sulla palla!” Questo aiuta a cementare il comportamento corretto.

Gestire il carico cognitivo con esercizi e pause: quando l’attenzione cala o l’iperattività aumenta, è necessario integrare nel piano di allenamento deimini-compitiche richiedono movimento extra (es. recuperare i palloni, correre a prendere l’attrezzatura). Questo è un modo costruttivo per soddisfare il bisogno di movimento, senza interrompere la sessione.

Conclusione: Focus su risorse e funzionamento

L’inclusione non è semplicementefarli partecipare”: è creare un ambiente dove ogni giovane atleta, con le sue unicità, possa esprimersi e sentirsi valorizzato. Per fare ciò, è necessaria una prospettiva centrata sul funzionamento del bambino più che sull’etichetta diagnostica (Lauretti G. 2025).

Genitori e allenatori sono i pilastri fondamentali di questo approccio: collaborando con pazienza e strategie pratiche, generano un ambiente sicuro e stimolante, fanno la differenza tra un abbandono precoce e una passione duratura e creano una base di autostima e benessere che durerà ben oltre la fine della partita o della gara.

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