Quando il coach è il papà (o la mamma)

RISCHI, CONSIGLI E OPPORTUNITAIN CASO DI DOPPIO RUOLO

di Martina Marchionni


In molte società sportive giovanili, in particolare in contesti dilettantistici e associativi, spesso possiamo trovare allenatori che ricoprono il doppio ruolo di genitore ed allenatore del proprio figlio.

Il “genitoreallenatore” è un genitore che svolge ufficialmente l’incarico di educatore/allenatore nella squadra dove è inserito suo figlio o sua figlia, assumendo così contemporaneamente un doppio ruolo.

La ricerca scientifica evidenzia come questo fenomeno sia ampiamente diffuso: uno studio qualitativo condotto negli Stati Uniti ha evidenziato che oltre l’80% degli allenatori nell’ambito sportivo è anche genitore di almeno un atleta presente nella squadra, sottolineando come questa combinazione di ruoli sia diffusa e implicata in processi complessi di gestione delle relazioni e della squadra stessa (Kerins A., Fernandez M., Shinew K., 2017).

Il fatto che sia un fenomeno frequente non significa che sia semplice, al contrario il doppio ruolo di ParentCoach porta con sé dinamiche molto complesse, che da un parte possono arricchire l’esperienza del giovane atleta e dall’altra parte creare tensioni, conflitti e vissuti di malessere. Questa figura ambivalente diventa allo stesso tempo punto di riferimento sia per la crescita tecnica che per quella emotiva, influenzando lo sviluppo sportivo e la maturazione personale del giovane atleta.

Rivestire il doppio ruolo genitoreallenatore può rappresentare una risorsa e allo stesso tempo essere una potenziale fonte di rischi e criticità.


GLI ASPETTI POSITIVI

Tra i possibili benefici possiamo prima di tutto evidenziare la conoscenza profonda del bambino e quindi del nostro calciatore. Conoscere bene l’indole, le modalità di reagire, il carattere del proprio figlio può permettere al genitore-coach di poter calibrare ed adattare il proprio approccio tecnico e pedagogico in base alla caratteristiche e alle reali esigenze del bambino. Questa flessibilità e la capacità di prestare attenzione alle caratteristiche individuale permette di adeguare i tempi, le aspettative ed il proprio approccio in funzione della fase di sviluppo del bambino e del suo benessere. La letteratura mostra come un clima orientato al supporto, al divertimento e alla crescita personale favorisce la motivazione intrinseca, il benessere e la continuità sportiva (M. R. Weiss et al, 2005).

La capacità di prestare attenzione alle differenze individuali può permettere all’allenatore di relazionarsi meglio con tutti i suoi giovani giocatori favorendo un clima sereno ed un ambiente psicologicamente sicuro e collaborativo.

Un altro importante vantaggio è dato dal maggiore impegno e dalla maggiore motivazione che questi allenatori mostrano nello svolgere il loro ruolo. Questo infatti permette loro di vivere lo sport insieme ai propri figli, avere un maggior numero di momenti condivisi, rafforzare il legame e trasmettere valori ritenuti importanti per la crescita personale. Molti parent-coaches, inoltre, sono spinti a fare il coach da una forte motivazione pro-sociale e dal desiderio di contribuire attivamente alla crescita della propria comunità. Allenare diventa così non solo un compito tecnico ma anche una forma di restituzione al contesto sociale di appartenenza, elemento molto rilevante nei piccoli club dove c’è bisogno del contributo di tutti i cittadini (Kilger M, 2020).

LE NOTE DOLENTI

Accanto a questi aspetti positivi, la ricerca mette in luce diverse criticità. Una delle principali è la possibilità che i figli/figlie del coach possano percepire una maggiore pressione ed aspettative eccessive. Essere allenati da un genitore può aumentare lo stress, la paura di sbagliare o di deludere il genitore-allenatore. In alcune ricerche, molti bambini riferiscono di: percepire livelli più elevati di stress ed ansia da prestazione, avere paura di ricevere eccessive critiche, di sentire richieste di prestazioni elevate e scarsa comprensione degli errori.

Un paradosso molto frequente riguarda il tema del favoritismo. I parent-coaches consapevoli del potenziale bias di “favoritismo”, per evitare questo adottano atteggiamenti iper-critici o evitano di dare riconoscimenti al proprio figlio. Questo atteggiamento, soprattutto se protratto nel tempo, può essere percepito dal bambino come svalutante, determinando un abbassamento della motivazione e del piacere del gioco, difficoltà di comunicazione con il genitore.

Un’ulteriore criticità riguarda la difficoltà di separare la funzione di genitore da quella di allenatore: si presenta da una parte la necessità ed il desiderio di proteggere e supportare il proprio figlio e dall’altra l’esigenza di valutare le prestazioni dell’atleta e di gestire la squadra nel suo insieme, seguendo criteri di equità e meritocrazia. L’ambivalenza che può scaturire tra questi due ruoli, in particolare se i confini sono sfumati, potrebbe generare confusione, senso di colpa e paura nel bambino. Tutto questo ha un forte impatto anche sui compagni di squadra e sul gruppo. La letteratura mostra che frequentemente i compagni di squadra hanno percepito favoritismi, sperimentato vissuti di malcontento e gelosie (S. Elliot, M. Drummond, 2017).

COME COMPORTARSI QUINDI?

Il doppio ruolo “genitore-allenatore” rappresenta sicuramente una grande sfida e può funzionare se gestito con consapevolezza, equilibrio, trasparenza e rispetto dei ruoli.

Per poter fare questo si ritiene necessario che chi assume questo doppio ruolo sia capace di separare chiaramente il ruolo di genitore da quello di coach e di favorire allo stesso tempo il benessere e l’equità per tutti i membri della squadra. L’approccio utilizzato dovrebbe essere rivolto a privilegiare soprattutto la crescita e lo sviluppo, non focalizzandosi esclusivamente sulla performance. Questo permetterebbe di favorire l’evoluzione personale, oltre che sportiva, dei nostri giovani calciatori.

Per fare in modo che il genitore-allenatore sia una risorsa — e non un rischio — è importante che ci siano percorsi formativi e supervisioni che accompagnino gli allenatori nel loro percorso, che possano essere di aiuto per affrontare situazioni e momenti di difficoltà ed aiutarli comprendere le modalità più opportune di relazionarsi e comportarsi nei confronti dei singoli e della squadra. Oltre a questo si ritiene fondamentale che ci sia dialogo tra le società sportive, gli allenatori e le famiglie per condividere obiettivi, modalità di intervento e creazione del contesto.

Infine, è fondamentale ascoltare i giovani atleti stessi, coinvolgendoli nel dialogo per comprendere le loro percezioni, accogliere le loro esigenze, equilibrare aspettative e piacere del gioco. Solo così attraverso un lavoro integrato che preveda la collaborazione di tutte le figure coinvolte, lo sport giovanile può davvero essere uno strumento di crescita, socializzazione e formazione.

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