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OLTRE IL FISCHIO FINALE: IL POTERE DEL SILENZIO E LA FORZA DEL FEEDBACK
della Dott.ssa ELISA MAGGI
Sports psychotherapist and psychologist

Come affrontare l’errore senza distruggere la motivazione
Che sia stata una vittoria esaltante o una sconfitta amara, il viaggio di rientro a casa al termine di una gara o anche di un allenamento, spesso passa inosservato. In realtà, sono minuti cruciali: il ritorno in auto o lo spogliatoio post-gara sono spesso i luoghi dove si costruiscono – o si distruggono – l’autostima e la passione di un giovane atleta.
In quel tragitto, non si è solo un genitore che guida: ma anche lo specchio in cui i giovani atleti cercano di capire quanto valgono. Come trasformare quei chilometri in un’occasione di crescita emotiva, invece che in una fonte di stress?
Il silenzio è d’oro
Meno si dice subito dopo una sconfitta e meglio è. L’errore più pesante è quello di trasformare l’auto in una sala di analisi tecnica. Per un giovane atleta, dopo lo sforzo fisico e mentale, questo è il momento della vulnerabilità. Il rischio di affrontare subito un’analisi con relative critiche è di percepirla come un attacco personale, non tecnico, ancor meno una spinta motivazionale.
Rispettiamo quello che viene chiamato periodo di decompressione. Il sistema nervoso dell’atleta ha bisogno di “scendere” dallo stato di grande attivazione fisica, mentale ed emotiva (chiamato arousal) in cui è entrato per dare la sua performance, prima di poter elaborare delle informazioni logiche/tecniche ed apprendere da esse. Se la prestazione è stata sottotono, il cortisolo (l’ormone dello stress) è ancora alto, in circolo ci sono adrenalina, delusione e stanchezza.
Il silenzio per ciò che riguarda la gara e i commenti tecnici ci viene in aiuto: per parlare di questi aspetti meglio attendere almeno qualche ora dal termine, le 24 ore ancora meglio, e lasciarlo fare all’allenatore. Evitiamo le critiche a caldo che farebbero solo sentire “sotto esame” l’atleta e minerebbero la sua motivazione a tornare in campo la volta successiva.

Emozioni e parole magiche
Se non possiamo parlare della performance e del risultato durante il ritorno a casa, allora cosa possiamo fare? Accogliere e validare le emozioni dei nostri giovani atleti.
Lo sport è una palestra di vita perché insegna a cadere e rialzarsi. Se noi adulti restiamo sereni di fronte ad una sconfitta, insegniamo loro che una partita persa non è un fallimento personale né una catastrofe. Accogliere le emozioni vuol dire accettare e fare spazio per quello che il giovane atleta prova in quei minuti, possono esserci rabbia, delusione, tristezza e preoccupazione, quello che conta è che li aiutiamo a regolare il loro sistema nervoso mentre provano quel mix esplosivo di emozioni.
Cerchiamo di non negare, ignorare o svalutare quello che provano con un “Ma sì dai non fa niente, su non te la prendere!”, anzi validiamo e riconosciamo: “Vedo che sei arrabbiamo e deluso, è comprensibile quando si tiene tanto ad una cosa, io sono qui se vuoi sfogarti”.
Lasciamo a loro la decisione di come usare lo spazio che gli offriamo, può essere accogliere uno sfogo oppure star un po’ in silenzio oppure parlare di qualcosa di extra-sportivo, l’importante è comunicare che un adulto in quei momenti è fisicamente presente lì con loro per supportarli nella gestione emotiva.
Non si tratta solo di essere gentili (che comunque non guasta mai!), ma di rispettare il funzionamento del cervello e del sistema nervoso dell’atleta. Se ci fanno capire che hanno voglia di parlarne, aiutiamoli con un paio di domande a spostare il focus dall’esterno all’interno verso il loro mondo emotivo, in modo che si sposti anche l’asse dei valori, dal risultato al piacere intrinseco verso l’attività che fanno.
“Ti sei divertito?” invece di “Hai vinto?” sembra banale, ma apre la porta verso la regolazione emotiva.
E le parole magiche che ogni piccolo atleta vorrebbe sentirsi dire “Mi è piaciuto vederti giocare oggi”, possono essere miracolose perché spostano l’attenzione da vincere/perdere alla relazione – sono qui per te.
La tecnica del Sandwich
Arrivato quel momento, dopo almeno 24 ore da una bruciante sconfitta e/o nel primo allenamento disponibile, in cui l’allenatore deve affrontare i nodi della performance, si può avvalere del cosiddetto metodo di “Feedback a Sandwich”.
Questa tecnica di gestione dell’errore e della correzione consiste proprio in quello che possiamo immaginarci di un panino: attraverso tre strati, senza giudizio, il passaggio delle informazioni riesce ad essere assimilato ed elaborato dalla corteccia prefrontale e trasformato in apprendimento.
Il primo strato (il pane) è un elogio sincero legato alla performance avuta: “Ho apprezzato molto come hai cercato lo spazio libero nella partita di sabato”, il secondo strato (la farcitura) è la correzione costruttiva e specifica: “Sui passaggi lunghi, prova ad impattare la palla più lateralmente per dare più giro”, l’ultimo strato (il pane) è una carica motivazionale “Continua così, perché la tua visione di gioco è fondamentale per la squadra”.
Secondo la teoria della Mentalità di crescita (Carol Dweck), lodare l’impegno (“Hai lottato su ogni pallone”) anziché il talento fisso (“Sei un fenomeno”) rende l’atleta più resiliente di fronte a qualsiasi errore, che a lungo termine è la caratteristica che più gli servirà, nello sport e nella vita.
Per avere la prova tangibile che la comunicazione efficace e costruttiva aiuta bambini e ragazzi a migliorare la gestione dello stress e delle emozioni:
- al posto di chiedere “Perché hai sbagliato quel passaggio?” proviamo con “Cosa potresti fare diversamente la prossima volta in quella situazione?”
- al posto di “Ma come si fa a perdere contro quello…” proviamo con “Secondo te cosa è andato bene e cosa no?”
- e ancora, al posto di “Quanti ne avete presi di gol che ho perso il conto? Non potevo più guardare!” proviamo con “Senti che sei riuscita a mettere in pratica le cose imparate in allenamento?”.

Conclusions: Oltre il Risultato, Verso la Crescita
Il fischio finale dell’arbitro non dovrebbe mai coincidere con l’inizio di un processo, ma con l’apertura di uno spazio di accoglienza. Come genitori e allenatori, il compito più delicato non è correggere il gesto tecnico nell’immediato, ma proteggere la passione che spinge l’atleta a scendere in campo la volta successiva.
Ricordiamoci che dietro ogni errore nel fango o sotto canestro c’è un sistema nervoso che sta imparando a gestire la pressione. Sostituire il giudizio con la curiosità (“Cosa hai provato in quel momento?”), e la critica con il silenzio rispettoso della decompressione, trasforma lo sport in una vera e propria palestra di vita.
La ricetta ideale? Lodare l’impegno, validare l’emozione e lasciare che l’errore diventi un maestro, non un giudice. Perché un giovane atleta che si sente sostenuto nel fallimento oggi, è un adulto che non avrà paura di sfidare i propri limiti domani.



