La triade Atleta-Allenatore-Genitore

Fiducia, comunicazione e benessere nello sport giovanile

a cura di Stefano Cigui

Nella mia esperienza decennale come allenatore di vela nella classe Optimist, una categoria che coinvolge bambini e ragazzi dai 7 ai 15 années, mi sono accorto molto presto di quanto il rapporto tra atleta, genitore e allenatore sia determinante. Spesso le difficoltà non nascono dall’allenamento in sé, ma dalle incomprensioni tra le parti, che finiscono per ricadere sul benessere e sulla prestazione dell’atleta. Al contrario, quando questo rapporto funziona, diventa un vero e proprio valore aggiunto: l’atleta si sente sostenuto e accompagnato a 360 gradi.

Proprio a partire da queste esperienze sul campo ho iniziato ad approfondire il tema anche come psicologo dello sport, trovando numerosi contributi teorici (Borellini e Setti, 2020) che nel tempo hanno cercato di spiegare e inquadrare questa relazione complessa. Una delle affermazioni più note, e oggi più controverse, è quella secondo cui “il miglior atleta è quello orfano”, slogan attribuito a James E. Counsilman, storico allenatore di Mark Spitz (7 medaglie d’oro nuoto nel 1972 ai Giochi Olimpici di Monaco), e ancora oggi ripreso, più o meno consapevolmente, da diversi allenatori.

Negli anni Settanta, tuttavia, il contesto sportivo e sociale era profondamente diverso. I ruoli di genitori e allenatori erano separati più nettamente, l’assenza dei social media limitava l’accesso diretto alle dinamiche tecniche e la cultura dell’autorità rendeva più semplice rispettare confini chiari. Oggi questo non è più possibile: la complessità del sistema richiede una chiarezza d’intenti condivisa fin dall’inizio, affinché il percorso sportivo sia realmente orientato alla crescita e al benessere dell’atleta.

La triade come sistema

Ho introdotto il tema della triade atleta–allenatore–genitore in una conferenza rivolta ai genitori dei velisti, e il dibattito che ne è seguito ha confermato quanto l’argomento sia sentito. Tutte e tre le figure, nella maggior parte dei casi, condividono le stesse intenzioni: il benessere dell’atleta. Eppure, non di rado, finiscono per trovarsi in conflitto.

La triade non funziona come una semplice somma di ruoli, ma come un sistema interdipendente: quando una relazione si incrina o si sbilancia, l’atleta si trova spesso nel mezzo, costretto a gestire messaggi incoerenti e aspettative contrastanti.

Le parole chiave che emergono con maggiore frequenza e intensità sono fiducia e comunicazione.

Fiducia: saper fare un passo indietro

La fiducia implica la capacità di rispettare i ruoli e di riconoscere le competenze dell’altro. Significa essere sulla stessa linea d’onda e inviare messaggi coerenti all’atleta, un po’ come avviene all’interno di una coppia genitoriale.

Una delle situazioni più critiche che ho incontrato come allenatore è stata quella di genitori che screditavano apertamente l’operato tecnico, mettendone in discussione la competenza. Il risultato era un clima relazionale pesante, in cui gli atleti si trovavano senza punti di riferimento chiari, divisi tra figure adulte che comunicavano messaggi opposti.

La vela, inoltre, è uno sport particolare, forse uno dei pochi in cui i genitori non riescono ad assistere direttamente alle regate. Da una parte questo può rappresentare una lacuna, dall’altra crea una condizione preziosa: l’atleta ha la possibilità di esprimersi senza pressioni esterne. È difficile, ad esempio, che un genitore possa scagliarsi contro un arbitro, un allenatore o un avversario, come spesso accade sugli spalti di altri sport. Questo elemento, apparentemente secondario, offre uno spunto interessante per riflettere sul ruolo del genitore-tifoso e sull’impatto emotivo che può avere sul figlio.

Affidare il proprio figlio a un allenatore significa riconoscere che, in quell’ambito specifico, esiste una competenza diversa dalla propria. Non si tratta di rinunciare al ruolo genitoriale, ma di evitare interferenze che, anche se mosse dalle migliori intenzioni, possono destabilizzare l’equilibrio emotivo del ragazzo.

Non è raro che la figura dell’allenatore evochi, spesso in modo inconsapevole, una forma di rivalità affettiva. Per il bambino o il ragazzo, l’istruttore rappresenta una figura idealizzata, competente e carismatica, capace di incidere profondamente sulla motivazione. Il genitore sereno e sicuro di sé riesce a osservare questo legame senza viverlo come una minaccia; il genitore più insicuro, invece, può sentirsi messo in discussione e reagire con controllo, giudizio o intrusione.

In questo senso, la fiducia diventa la capacità di delegare, di tollerare l’errore e di sospendere il giudizio, anche quando l’allenatore non rispecchia perfettamente le proprie aspettative.

Comunicazione: il punto più fragile

Accanto alla fiducia, la comunicazione rappresenta l’altro grande pilastro della triade. Spesso allenatori e genitori faticano a confrontarsi in modo costruttivo: evitano il dialogo, lo rimandano o lo affrontano solo nei momenti di tensione. In altri casi, le parti si percepiscono reciprocamente come ostili, interpretando ogni intervento come un’ingerenza o una critica.

La mia esperienza dice che non tutti gli allenatori sono abili comunicatori. Avendo a che fare con molti genitori e contesti diversi, e senza una preparazione specifica in questo ambito, possono apparire rigidi o poco aperti al dialogo, anche quando l’intenzione è opposta.

L’esperienza sul campo mostra che molti conflitti nascono da una scarsa consapevolezza del proprio ruolo.

Dal punto di vista degli allenatori, è frequente incontrare genitori che:

  • Vivono l’esperienza sportiva del figlio come un’estensione di sé, proiettando su di lui aspettative e obiettivi personali;
  • Faticano a comprendere la disciplina sportiva e i tempi necessari allo sviluppo del talento;
  • Intervengono nell’allenamento senza possedere le competenze tecniche adeguate;
  • Oscillano tra iper coinvolgimento e assenza, generando ansia o demotivazione nel ragazzo.

Dall’altra parte, i genitori spesso lamentano negli allenatori:

  • Una spinta eccessiva verso il risultato o il professionismo precoce;
  • Una scarsa attenzione alla persona nella sua globalità, inclusi gli aspetti scolastici;
  • Difficoltà relazionali, rigidità comunicativa o mancanza di ascolto;
  • Favoritismi percepiti o reali all’interno del gruppo.

Quando questi vissuti non vengono comunicati in modo chiaro e rispettoso, il rischio è quello di alimentare incomprensioni che finiscono per danneggiare l’atleta.

Educare insieme attraverso lo sport

Perché la triade funzioni, non servono ricette complesse, ma alcuni presupposti fondamentali:

  • Chiarezza e collaborazione, a partire dagli obiettivi e dalle aspettative reciproche;
  • Fiducia e rispetto, riconoscendo il valore del ruolo dell’altro;
  • Condivisione della responsabilità educativa, consapevoli dell’impatto delle proprie azioni;
  • Rispetto dei confini, senza invasioni di campo;
  • Sincerità, per prevenire incomprensioni e tensioni latenti.

Lo sport può rappresentare un potente spazio di crescita anche nel rapporto genitore–figlio, soprattutto nelle prime fasi. Con l’ingresso nell’adolescenza, però, aumenta il bisogno di autonomia e di svincolo, e ciò che prima era un rinforzo può trasformarsi in un ostacolo. Come sottolinea Giorgia Rocchetta nel libro “Vincere con tuo figlio”, è proprio in questa fase che il ragazzo può trovare negli allenatori e nel gruppo dei pari figure adulte e relazioni capaci di sostenere il suo percorso di indipendenza.

Conclusione

La strada per costruire una triade realmente funzionale è lunga, ma possibile. Genitori e allenatori, pur partendo da ruoli diversi, stanno lavorando per lo stesso obiettivo: accompagnare i ragazzi nella loro crescita.

Quanto più un genitore riuscirà a far sentire il figlio libero e autonomo nella gestione dello sport, accompagnandolo e supportandolo in modo discreto, tanto più quel figlio, nei momenti di difficoltà, tornerà spontaneamente a cercarlo. È forse questo il regalo più grande che un genitore possa ricevere: non essere imposto, ma essere scelto.

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