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“Cari genitori non pensate al risultato ma alla bellezza del percorso dei vostri figli”
Nel mondo dello sport giovanile il talento conta, ma non è l’unico fattore in gioco. Attorno al campo gravitano aspettative, emozioni e responsabilità che spesso fanno la differenza nel percorso di crescita di un ragazzo. Per capire quale sia oggi il ruolo dei genitori nello sport di base, quali errori evitare e dove passa il confine tra sostegno e pressione, abbiamo intervistato il responsabile del settore giovanile e direttore sportivo del GS Vedano Simone Albericci, con tanti anni di esperienza alle spalle anche da allenatore. Un confronto diretto, senza filtri, su educazione sportiva, relazioni e scelte che possono incidere — nel bene e nel male — sull’esperienza dei più giovani.

Quali sono le tre caratteristiche del “genitore ideale” dal punto di vista di una società sportiva?
Scegliere degli aggettivi è molto difficile. Caratteristiche sicuramente ce ne sono, in primis slegare l’obiettivo del genitore da quello del ragazzo. Ci sono tanti genitori che riversano sul loro figlio le aspettative. Sicuramente in una realtà come il GS Vedano con diversi bisogni oltre a quello tecnico, la voglia di collaborare per il bene del figlio. Banalmente se ci sono problemi cognitivi o motori il genitore dovrebbe essere il primo a collaborare con lo staff per capire meglio la situazione.
Qual è l’errore più comune che vede commettere ai genitori durante le prime fasi di iscrizione o durante i primi allenamenti?
Sicuramente fare un confronto tra una stagione sportiva e l’altra, perché ci sono cose che cambiano come allenatori etc. Fare confronti è limitativo perché ognuno ha le proprie caratteristiche e i propri obiettivi
Come gestite quei genitori che sono convinti di avere in casa un fuoriclasse e che vedono lo sport più come un investimento che come un gioco?
Finché non diventa un problema per il resto del gruppo possono pensare quello che vogliono, nel momento in cui questo comportamento va a intaccare il gruppo si separano le strade.
Cosa prova (generalmente) un ragazzo quando, durante la gara, riceve istruzioni tecniche dal genitore che contraddicono quelle dell’allenatore?
Tanta tanta confusione senz’altro.
In che modo un genitore può aiutare il figlio a elaborare una sconfitta o una panchina senza cadere nella tentazione di dare la colpa all’arbitro o al mister?
Elaborare una sconfitta o esclusione dipende dalla maturità del ragazzo in primis, se si parla di adolescenti spronerei il figlio a cercare un confronto con l’allenatore per cercare di capire le motivazioni delle esclusioni, le sconfitte alla fine fanno parte dello sport. Soprattutto il diaologo fa capire il perché di certe cose e le aree di miglioramento. Sui più piccoli non dovrebbe esserci neanche il problema. Se entrambi mettono lo stesso impegno l’impiego dev’essere lo stesso.
Qual è, per voi, la “linea rossa” che un genitore non deve mai superare per non compromettere il percorso del figlio nel club?
Il rispetto e l’educazione, io mi sono sempre posto in maniera disponibile e positiva finché c’è stato rispetto ed educazione. Se mancano è difficile che il dialogo possa crearsi.
Spesso si dice che i problemi nascono sulle tribune o nei gruppi WhatsApp. Tu come percepisce l’influenza di questi “spazi paralleli”?
Noi come società abbiamo dei gruppi ufficiali che vengono utilizzati solo per le comunicazioni. Sono autorizzati a scrivere il Mister (su richiesta) e la società per le comunicazioni, questo però facilita il crearsi di gruppi whatsapp solo di genitori, che nel migliore dei casi vengono utilizzati per dimenticanze dei figli. Nel peggiore dei casi diventano un problema perché possono influenzare i pensieri altrui. L’ambiente in tribuna è difficile da controllare ma sta molto all’intelligenza delle persone.
Senza fare nomi, ci può raccontare un episodio in cui l’intervento di un genitore ha influenzato (positivamente o negativamente) la carriera sportiva di un giocatore?
Di carriera ovviamente è difficile parlare, c’è stato un genitore che è andato via da Vedano per “questioni tecniche” pensava che la proposta tecnica dell’allenatore non fosse giusta per quella fascia di età e per suo figlio. È andato via e purtroppo dopo un anno ha smesso. Non voglio dire che ha smesso per l’esperienza fatta altrove ma si ritorna al discorso delle prime domande. Se dopo un anno smette di giocare probabilmente non era quello il problema da porsi. Positivamente ti faccio il mio esempio, perché da piccolo ero scarso, ai miei tempi non c’erano tutte le regole di oggi sui piccoli, si puntava tanto al risultato. Non giocavo, a un certo punto si è aperta l’opportunità di giocare con quelli più piccoli, tutti gli altri della squadra hanno rifiutato, mio padre ha detto che sarebbe stata un’ottima opportunità di crescita e così poi si è rivelata.
La vostra società organizza momenti di incontro o “scuola genitori”? Se sì, i genitori che avrebbero più bisogno di partecipare sono quelli che poi si presentano davvero?
Abbiamo dei momenti di incontro per tutte le categorie che sono di solito a inizio, metà e fine anno. A metà anno serve per capire bene cosa sta succedendo dal punto di vista organizzativo. Alla fine dell’anno viene fatta una riunione com’è andata l’annata e cosa fare per quella dopo. Ognuno poi fa le sue scelte e a inizio anno si rifà la riunione ad inizio anno. Poi ci sono gli incontri a “spot” fatti in modo civile richiesti magari dai genitori per diverse richieste, come ad esempio una volta ci era stato richiesto in modo molto civile di rivedere una parte della sicurezza dell’impianto sportivo e così poi è stato fatto. La maggior parte delle volte sono tutti presenti, nel nostro caso c’e sempre grossa partecipazione.
Se avesse davanti a te tutti i genitori dei vostri tesserati in un’aula magna, qual è la verità più scomoda che vorrebbe dire loro per il bene dei ragazzi?
Il consiglio che do sempre a tutti i genitori è non pensare all’aspetto tecnico perché tanto alla fine di tutto non importerà quello che hai imparato ma quello che hai vissuto, la fortuna dev’essere trovare un gruppo di coetanei in cui si sta bene e vivere un’esperienza che si ricorderà. Non preoccupatevi del risultato perché probabilmente entro i 20 anni i vostri figli smetteranno di giocare, quindi pensate alla bellezza di ciò che si sta vivendo.



