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Tipologie di genitori nello sport tra sostegno, pressione ed equilibrio
di STEFANO CIGUI

Nel lavoro quotidiano tra campo e colloqui con le famiglie mi sono reso conto di una cosa: nello sport un genitore non è mai una figura neutra. Anche quando resta in silenzio comunica qualcosa: con lo sguardo, con il tono della voce a fine gara, con il modo in cui reagisce a una vittoria o a una sconfitta. E l’ambiente emotivo che si crea attorno al ragazzo pesa, nel tempo, almeno quanto il talento e la qualità dell’allenamento.
La letteratura scientifica è chiara. Il Model of Parental Involvement in Sport mostra come i
comportamenti genitoriali influenzino autoefficacia, motivazione intrinseca e capacità di
autoregolazione dell’atleta. L’incoraggiamento e il sostegno emotivo favoriscono fiducia e
autonomia. Al contrario un eccesso di istruzioni tecniche o di controllo aumenta invece ansia e disadattamento relazionale (Teques et al.). Non si tratta quindi solo di “essere presenti”, ma di come si è presenti.
Nel tempo ho imparato a riconoscere ed identificare alcune tipologie ricorrenti.
Esiste il genitore pressante, quello per cui il risultato non è mai sufficiente. La vittoria è data per scontata, l’errore è sottolineato, il miglioramento è richiesto in modo costante e talvolta
ossessivo. Un esempio emblematico è il padre di Andre Agassi. Nella sua autobiografia Open
(2009), Agassi racconta un’infanzia segnata da migliaia di palline colpite ogni giorno contro una macchina lancia-palle soprannominata “il Drago”, sotto lo sguardo inflessibile del padre. Dopo aver vinto Wimbledon nel 1992, una delle vittorie più importanti della sua carriera, la telefonata ricevuta dal padre non fu di celebrazione, ma di rimprovero per non aver chiuso prima il match.
È il paradigma del “mai abbastanza”. Una dinamica che, come mostrano diversi studi, è tra i
principali fattori di stress percepito nei giovani atleti (Dunn et al., 2016). Una versione più sottile ma altrettanto delicata è quella del genitore critico permanente, che magari non impone carichi estremi ma comunica, anche inconsapevolmente, che l’amore è condizionato alla prestazione. Francesco Totti sul padre: “quando facevo due gol mi diceva che dovevo farne quattro” racconta bene questo clima. Crescere in un ambiente dove il riconoscimento è raro può generare motivazione, ma anche una costante ricerca di approvazione esterna.

All’opposto troviamo il genitore di sostegno, quello che riesce a separare il valore del figlio dal
risultato sportivo. Le parole di Jannick Sinner sono illuminanti: “Per come conosco i miei genitori, ritengo che per loro sia più importante vedermi felice che alzare una coppa. Se mi vedono felice, abbiamo già vinto.” Qui il successo non è negato, ma è messo in prospettiva. Il focus resta sulla crescita e sul benessere. Questo stile è vicino a ciò che Winnicott definiva “genitore sufficientemente buono”: presente, affettivo, ma capace di non invadere.
Esiste poi una categoria più complessa: il genitore strutturato e altamente coinvolto. Il padre di Serena e Venus Williams, raccontato nel film King Richard (del quale consiglio la visione),
rappresenta bene questo modello. Programmazione rigorosa, obiettivi chiari, visione a lungo
termine. Una pressione esisteva, ma era inserita dentro una relazione affettiva solida. Le figlie non hanno mai percepito il progetto come un’imposizione fredda, ma come parte di un percorso condiviso. La differenza non sta nell’intensità dell’impegno, ma nella qualità del legame.
Come allenatore ho visto tutto questo concretamente. Ho seguito un ragazzo molto talentuoso, sostenuto da un padre presente e impegnato. Lo accompagnava agli allenamenti, lo supportava anche nella scuola e nella vita quotidiana. Era esigente, sì, ma coerente e affettuoso. Nei primi anni il ragazzo è cresciuto in modo straordinario. Quando però le aspettative sono salite e sono arrivate le prime selezioni mancate, la pressione implicita ha iniziato a pesare. Non c’erano urla, ma si avvertiva il peso del “potresti fare di più”. È stato un momento delicato, ma la solidità del legame gli ha permesso di ritrovare l’equilibrio.
Parallelamente allenavo un altro ragazzo, altrettanto forte, con un padre molto più competitivo. Investimenti economici importanti, attività internazionale, barca personalizzata, preparazione quasi professionistica in età precoce. I risultati iniziali erano eccellenti. Poi, quando non arrivava il primo posto, c’era il crollo emotivo: pianti, rabbia, senso di fallimento. Non era mancanza di talento, ma difficoltà nella gestione della pressione.
La differenza tra queste storie non è il livello tecnico. È il clima emotivo. Le ricerche confermano che uno stile genitoriale autorevole, ovvero alto coinvolgimento affettivo e basso controllo rigido, favorisce autonomia e competizione sana. Uno stile autoritario, invece, è associato a perfezionismo maladattivo e maggiore ansia. L’adolescenza rende tutto ancora più delicato: ciò che a otto anni è incoraggiamento, a quindici può essere vissuto come invasione.
Alla fine, dopo anni tra briefing in gommone e colloqui post-regata, ho capito una cosa semplice: i ragazzi non ricordano solo le coppe. Ricordano come si sono sentiti.
Ricordano lo sguardo del genitore a fine gara. Ricordano il silenzio in macchina tornando a casa. Ricordano se erano amati anche quando non erano arrivati primi.
Lo sport è un laboratorio potentissimo di crescita, ma resta uno spazio di vita. E la vita, per un
figlio, non dovrebbe mai essere un esame da superare per meritare affetto.
Se c’è qualcosa che auguro a ogni giovane atleta è questo: poter sentire che il risultato conta, ma non definisce il suo valore.
Una medaglia si appende al muro. La sicurezza affettiva, invece, si porta dentro per tutta la vita.
Riferimenti bibliografici
Agassi, A. (2009). Open.
Dunn, J. et al. (2016). Parental pressure and stress in youth sport.
Teques, P. et al. Model of Parental Involvement in Sport.
Winnicott, D. (1996). Il bambino e il suo mondo.



